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venerdì 8 marzo 2013

L'8 marzo non è una festa.



L'8 marzo non è una festa. L'8 marzo è una giornata simbolo delle vessazioni che la donna ha subito nel corso dei secoli. L'8 marzo è un punto di partenza per il riscatto della propria dignità, quindi non perdetela in una sola sera. Portate, invece, alto il nome di quelle 129 donne che dopo essere state rinchiuse l'8 marzo, perchè scioperavano per i loro diritti, persero la vita e di tutte le altre donne nel corso dei secoli, come loro, donarono la vita per acquisire diritti.
 Siate felici di ricevere mimose, con la consapevolezza che è il fiore simbolo di questa festa perchè fuori da quella fabbrica c'era un albero di mimose.
Non dite io non festeggio perchè voglio essere importante tutto l'anno, è vero la donna non ha bisogno di una festa per sentirsi importante, ma la storia ha bisogno di queste commemorazioni per essere ricordata e quindi aiutate a ricordare non preoccupatevi di come festeggiare.
Divertitevi questa sera, ma con la consapevolezza di commemorare chi è morto per permetterci di ridurre questa commemorazione ad una mera festa celebrativa della donna.
In questo giorno dimostriamo di essere all'altezza del testimone che ogni donna morta, per il riconoscimento dei nostri diritti, ci passa. Ricordo che se siamo libere ed emancipate lo dobbiamo a loro, di coseguenza    rendiamo onore alla libertà che ci hanno donato.                  
                                                                                                                                Alessandra Baudo

mercoledì 9 maggio 2012

Sognando ad occhi aperti con G.Bonaviri

Il tema del sogno è stato molto trattato dalla letteratura e dalla psicanalisi. Tuttavia nella maggior parte dei casi, come nella Gradiva di Jensen, si tratta di sogni che vengono prodotti dall'inconscio durante il sonno; ma a quanti di noi non capita di sognare ad occhi aperti? questo è stato anche il caso di Giuseppe Bonaviri.
Autore siciliano, egli si muove da Mineo "Parnaso Siculo" fino a Frosinone dove lavorerà come medico cardiologo, ma la nostalgia della sua terra, "patria incorrotta del cuore", lo accompagnerà per tutta la sua vita e darà ispirazione alle sue opere. Egli, però, non usa la tecnica autobiografica per raccontare se stesso ed i luoghi della sua infanzia, ma "fonde la realtà con un mosaico di sogni" dove l'ombrosità esistenziale si stempera nel ricordo del padre Don Nenè, il sarto della strada lunga, e della madre donna Papè Casaccio, che egli chiamava decameron vivente.
All'interno della sua opera con impressionante modernità, oltre alla vicende biografiche, ai miti millenari della sicilia, si possono rintracciare anche contenuti scientifici propri della sua preparazione e invenzioni fantastiche che delle volte toccano anche l'assurdo, ma che gli permettono di evadere dalla monotonia del reale.
Infatti, come egli stesso afferma, bisogna quotidianamente analizzare le sensazioni e le immaginazioni più poetiche, quelle che più ci sublimano, ci traggono fuori da noi stessi e dal mondo reale; troveremo che esse, e il piacere che nasce, consistono totalmente o principalmente, in rimembranze. Insomma in tempi in cui la vita, per molti, non è proprio rose e fiori basta affidarsi alla fantasia dei ricordi, alla fantasia dei sogni per vivere meglio l'oscurità del presente.
Bisogna, secondo ciò che afferma Bonaviri, usare come sola arma per sconfiggere la monotonia del presente, che molte volte consiste in sole preoccupazioni, la fantasia. Questa è la facoltà della nostra mente che permette di creare immagini irreali, la facoltà che permette di creare felicità. Giacomo Leopardi affermava a tal proposito:"L'immaginazione è la prima fonte della felicità umana". Quindi per assaporare un po' di felicità bisogna sognare ad occhi aperti, in modo tale da rendere il più possibile la nostra vita simile ai nostri sogni.
                                                                                                  Alessandra Baudo

martedì 24 aprile 2012

Il rovello filosofico di Sebastiano Addamo

"Il liceo che a Lentini mancava, andai a farlo a Catania", così Sebastiano Addamo inizia il suo romanzo, "Il giudizio della sera". Non è la confessione di un amore adolescenziale o liceale, però, quella che vuole trattare Addamo. Bensì un'acre e critica riflessione sugli eventi bellici, che egli non apprende dai libri di storia, ma che vive in prima persona sulla sua pelle.
La motivazione che lo spinge a scrivere nasce dall'esigenza di comunicare quell'inquietudine dell'esistenza scaturita dal disfacimento etico, ideologico e religioso che la guerra portò. Tutto ciò lo scrive non per comunicare un'ideologia pessimistica, ma piuttosto per gridare a pieni polmoni l'esigenza al rinnovamento, al cambiamento, alla nuova impostazione dei vecchi valori. Un rinnovamento che doveva essere attuato a 360 gradi dalla corruzione, dalla mercificazione e dall'alienazione degli uomini.
Egli tesse nel suo romanzo, inoltre, continue antinomie, bene e male, felicità e amarezza, che si ritrovano non solo nelle tematiche, ma anche insite nella struttura. Si alterna, infatti, un'iniziale racconto dei luoghi della spensieratezza con un finale lugubre e minaccioso, come è stato analizzato nell'introduzione del "Il giudizio della sera" dalla prof.ssa Sarah Zappulla Muscarà.
La seconda guerra mondiale, sicuramente, segna una svolta consistente nei poeti e nei letterati che, molte volte, si vedono costretti ad uscire dalla campana di vetro in cui si rifuggiano per vivere delle realtà che non gli appartengono. Di ciò ne sono un esempio le poesie di Quasimodo ed Ungaretti in cui sono presenti le macerie della guerra; ne è un esmpio " Il teatro degli artigianelli" di Saba che rappresenta le scene di transizione tra guerra e dopoguerra. Ma tra tutti colui che riesce meglio a rappresentare il " rovello filosofico sul disagio della civiltà conseguente alla crisi dei sistemi di valori" è Sebastiano Addamo
Nietzsche scrive " Il giudizio della sera. Chi ripensa all'opera della sua giornata e della sua vita, quando è arrivato stanco alla fine, giunge di solito ad una malinconica considerazione: tuttavia la colpa di ciò non sta nel giorno e nella vita, bensì nella stanchezza". Ed è questo aforisma che utilizza Addamo come titolo del suo romanzo, come titolo della sua vita, infatti afferma che il giudizio della sera è "come il lampo nella notte: la illumina vivissimamente", ma comunque dopo farà tornare il buio di quest'ultima.

domenica 15 aprile 2012

Onori al mio concittadino: Gorgia

Non scrivo da tempo e mi dispiace, ma la carriera universitaria e le collaborazioni varie mi stanno lasciando, ultimamente, pochissimo tempo. Oggi, tuttavia, voglio essere "fedele" ai miei lettori che ormai, per mio grande stupore, sono tantissimi. Nella rubrica domenicale "appuntamento col sapere" pubblico un articolo, naturalmente scritto da me, già pubblicato circa due anni fa nel giornale settimanale "Murganzio".  L'ospite di questa settimana non è un autore, bensì un filosofo mio concittadino: Gorgia.


I lentinesi, popolo di cosmopoliti, sono discendenti di uno dei più noti filosofi dell’antica grecia: Gorgia. Nato, infatti , a Lentini nel 483 a.C.,discepolo del filosofo Empedocle e dei retori siracusani Corace e Tisia, subì anche l’influenza della scuole pitagorica ed eleatica. Ad Atene si contraddistinse da subito per la sua eloquenza. Compì tanti altri viaggi in Tessaglia, in Beozia, ad Argo, a Delfi e a Olimpia, dove pronunciò discorsi memorabili e scrisse opere che resteranno indelebili per la loro unicità. Bisogna sottolineare come Gorgia sia il primo nella storia, a prendere, in una delle sue opere maggiori ovvero l’Encomio di Elena, le difese di una donna; e non di una donna qualunque, ma di colei che nella tradizione ellenica era considerata il prototipo della donna che è causa di guai, un po' come Eva nella tradizione e nella subcultura cristiana.
Infatti la figura di Elena, figlia di Zeus e di Leda, è stata una delle figure più criticate nel mondo greco, poichè si narra che a causa del suo rapimento scoppiò la guerra di troia. Gli autori greci, di conseguenza, la descrissero spesso come una donna di facili costumi: Eschilo la definisce “donna dai molti uomini” e “rovina di navi, rovina d’eroi, rovina di città”. Anche Euripide, nelle Troiane, descrive Elena come la grande meretrice che, scappata con Paride a Troia, causò lo scoppio della guerra. Sebbene, Gorgia abbia scritto l’opera sotto forma di “esercitazione”, il gesto, di prendere le difese delle donna prototipo di guai, risulta certamente provocatorio e anticonformista per la mentalità dell'epoca (... e non solo!). Per il nostro concittadino sarebbe stato sicuramente più facile, e perché no anche più popolare, trattare la storia dagli stessi punti di vista dei suoi “colleghi”, seguendo le stesse idee che circolavano allora in Grecia : ma egli non si accontentò! Distinguendosi da tutti, portando in alto il nome della città che gli diede i natali, elaborò un testo ricco di passione e di lucidità, in cui i suoi distinguo approdano a sapienti analisi dell’esperienza umana nelle sue articolazioni e nelle sue complessità.
Egli ancora oggi risulta, per noi giovani e non solo, un esempio da seguire; con le sue dottrine ha regalato al mondo non delle “fredde” lezioni, ma una filosofia di vita che i lentinesi per primi dovrebbero seguire. A tal proposito concludo con un suo pensiero, che sebbene di lunghezza discreta conserva in esso una molteplicità di significati che noi tutti dovremmo apprendere: “È decoro allo stato una balda gioventù ; al corpo, bellezza; all’animo, sapienza; all’azione, virtú; alla parola, verità. Il contrario di questo, disdoro.”

domenica 1 aprile 2012

La donna, protagonista da sempre, in Giovanni Verga

La donna da sempre è stata la protagonista, indiscussa, della letteratura: da Dante, il quale vede la donna il tramite tra l'uomo e Dio, a Verga, che fa di essa una dominatrice che emana fascino distruttivo.
Tuttavia l'immagine femminile dominante nella narrativa tardo romantica e nei romanzi verghiani, da Eva a La lupa, è quello della donna fatale, come si è anticipato. Il corpo femminile non è più il simbolo, come accadeva con i poeti stilnovisti, della divina armonia della natura, ma è un artificio; il fascino della donna dipende solo dal mascheramento estetico.
Il topos medievale della donna "angelo" si trasforma nel mito della forma, compare sul palcoscenico e nei panni di personaggio trionfa sul pubblico pagante. Ma tolta la maschera, scesa dal palcoscenico, l'uomo, come accade al protagonista di Eva, Enrico Lanti, non riesce ad adattarsi ad una donna senza maschera, non riesce ad amare la persona perchè è innamorato solo del personaggio.
Nelle novelle di Vita dei campi, in particola nel La lupa, la passione amorosa assume una violenza elementare che si addice più agli animali che alle persone. Qui, l'eros poggia sulla categoria semantica del possesso che investe sia le persone che la roba. Il possesso è espresso mediante il verbo volere che ricorre otto volte nella novella. Inoltre, la primitiva ed ossessiva tensione al possesso erotico è veicolata attraverso gli occhi.
Come scrive la Prof.ssa Sarah Zappulla Muscarà nel libro "Verga e..." a cura di Eugenia Pappalardo " Con gli occhi la lupa celebrava il primo rito amoroso, con gli occhi si rivela a Nanni la heideggeriana "possibilità" della morte".
"Ella spolpava i loro figlioli ed i loro mariti in un batter d'occhio" così scriveva Verga, associando la sensualità aggressiva alla distruzione.
L'attributo animale che fa della lupa una "mangiatrice di uomini"  rivela l'ottica nuova che si diffonde nel secondo Ottocento, ovvero la paura con cui l'uomo guarda la donna, poichè la avverte come una possibile minaccia della propria integrità per le capacità seduttive che possiede.
Oggi le donne sono protagoniste induscusse non solo della letteratura, ma anche della vita comune. Tuttavia, non per le capacità seduttive, come scriveva Verga, ma piuttosto per quelle intellettive che le hanno portate ai vertici della società contemporanea.
                                                                                                   Alessandra Baudo

domenica 25 marzo 2012

I viaggiatori di ieri ed oggi messi a confronto da Ercole Patti

"Il viaggiatore odierno impacchettato in un jet, senza vedere niente nemmeno dal finestrino, piomba di colpo in Giappone mentre ha ancora addosso la camicia indossata a Roma o a Milano e la barba rasa a Roma non è ancora del tutto cresciuta per una nuova rasatura.
Nel mio lungo viaggio in Giappone invece mi ero totalmente affezionato alla mia cabina del piroscafo Gange dove avevo abitato un lungo mese [...] che provato una certa emozione ad abbandonarla, come quando si lascia una vecchia casa dove si è trascorsa una lunga e felice villeggiatura." Questo è quello che scrive Ercole Patti, scrittore Catanese, nell'appendice del suo libro, "Un lungo viaggio lontano".
Il viaggio, un vero e proprio topos letterario, ci accompagna attraverso i secoli fornendoci una percezione concreta del succedersi delle civiltà, delle mentalità e dei costumi. Il modo di concepire il viaggio è mutato: quello dell'oggi è differente da quello di ieri e quello del domani sarà ancora diverso da quello dell'oggi; chi esce sacrificato, da questo cambiamento, sono le emozioni, le esperienze, le conoscenze che lasciano il posto alle comodità e alla continua ricerca del relax.
Il grande viaggio di Ulisse si trasforma, con il viaggiatore moderno, nella crociera, che diventa pura avventura solo se si ha la "fortuna" di incontrare lo Schettino di turno, ma che altrimenti non è altro che una toccata e fuga da luoghi diversi, non avendo il tempo di assaporare i sapori del posto, di osservare i colori con il tramontare ed il sorgere del sole e di vivere le emozioni che una popolazione può regalarti.
Oggi, purtroppo, come notava Patti nella sua appendice, sono pochi i viaggiatori in cerca della scoperta, che si sottopongono anche al rischio, alla stanchezza pur di accrescere il loro bagaglio culturale ed emozionale. Siamo tutti troppo stanchi, avviliti dalla quotidinità per trovare la forza e la voglia di confrontarci con culture e civiltà differenti, per abbandonare le usanze e le comodità della propria cultura.
La concezione moderna del viaggio è quella di evasione dal mondo che ci sottopone a continui stress. Per evadere realmente dal mondo, però, non possiamo lasciare a casa il nostro cuore e la nostra mente, ma far di questi i nostri migliori compagni di viaggio.
Hume scriveva:" La mente è una specie di teatro, dove le diverse percezioni fanno la loro apparizione, passano e ripassano, scivolano e si mescolano con un'infinita varietà di atteggiamenti e di situazioni." Per cogliere attraverso le percezioni le emozioni che una civiltà differente dalla nostra può regalarci dobbiamo usare come bussola il nostro cuore, in modo tale da accrescere il nostro bagaglio culturale e la nostra intelligenza emozionale. Dobbiamo riprendere ad assaporare la bellezza del viaggio, anche solo con l'immaginazione.
                                                                                      Alessandra Baudo

domenica 18 marzo 2012

L'attualità del pensiero di Luigi Pirandello

“ Non mai, credo, la vita nostra eticamente ed esteticamente fu più disgregata. Slegata , senz’alcun principio di dottrina e di fede, i nostri pensieri turbinano entro i fati attuosi, che stan come nembi sopra una rovina […] Aspettiamo e invano pur troppo! Che sorga finalmente qualcuno ad annunciarci il verbo nuovo” (Pirandello, Arte e coscienza d’oggi).
 Mai come adesso queste parole risuonano di “verità assoluta”. Tutti noi, infatti, nel nostro destino operoso, siamo travolti dalla modernità che influenza le nostre idee come una forza cieca e incontrollabile.
 Proprio nella modernità Pirandello vede la crisi dell’ideologia e dei valori culturali e morali. Nell’arte e  nella coscienza d’oggi egli descrive la crisi intellettuale e morale di cui la sua generazione, come anche la nostra, è afflitta, individuandola nell’incapacità di elaborare valori nuovi e autentici.                                            
Tutto oggi ruota attorno al “dio” denaro. Le ragioni economiche, infatti, dominano adesso su qualsiasi ideale e hanno prevaricato quella prospettiva di valori, altri, diversi, positivi.
La società contemporanea ci ha insegnato ad amarci, ma non ad amare; a specchiarci per vedere il bello che c’è in noi, ma non ci ha insegnato a guardare gli altri negli occhi per “leggere” ciò che di bello e di profondo possono trasmetterci. E in un mondo dove conta l’apparenza e non l’essenza siamo abituati a fermarci all’esteriorità senza andare oltre. Senza provare a riflettere sul perché molti anziani si vestano in maniera grottesca o perché molti ricorrano alla chirurgia plastica per sembrare più giovani fin a trasformare il loro viso in quello di una mummia.
Tutto ciò ci fa ridere, ma molte volte non ci fa riflettere sul perché quella persona  vuol essere diversa da quello che è. “Non ci fermiamo alle apparenze” diceva Pirandello“ciò che inizialmente ci faceva ridere, adesso ci farà tutt’al più sorridere”. Solo per mezzo della riflessione possiamo superare l’apparenza e passare dall’avvertimento del contrario al sentimento del contrario. La riflessione è come un diaframma tra l’oggetto rappresentato e il sentimento, in quanto essa scompone, esamina e giudica l’oggetto; dopo la riflessione interviene la partecipazione emotiva come reazione alla rivelazione che la riflessione ha prodotto. Con la partecipazione emotiva si genera una sorta di compassione per quel personaggio che non ci farà più ridere, ma provocherà in noi un sorriso amaro di comprensione.
Pirandello ,tuttavia, come scrive anche Umberto Artioli, non deve essere visto come critico della società, ma bensì come cantore degli archetipi, di un antica realtà antropologica fatta di uomini che fingono di essere ciò che non sono. Sarah Zappulla Muscarà nell’introduzione di “Tutto il teatro in dialetto” spiega la forza interiore che spinge Pirandello a scrivere le sue opere ed in un secondo momento, quando le parole non bastavano più, a rappresentarle in teatro .”Non potevo più limitarmi a raccontare” scrive Pirandello “mentre tutto intorno a me era azione. […] Le parole non potevano più restare scritte sulla carta, bisognava che scoppiassero nell’aria,dette o gridate".                                                                                     Come si deduce, il tempo scorre, ma gli uomini non cambiano perché oggi, come ieri, essi non sono persone, cioè soggetti integri, coerenti, ma personaggi, in quanto soggetti a recitare una parte all’interno della commedia sociale. Ogni uomo, insomma, porta per necessità una maschera e recita il ruolo che la società o le convenzioni o i propri ideali astratti gli impongono.
Tutti noi siamo personaggi costretti a recitare uno specifico ruolo sociale. Ma, affinchè la nostra vita non sia un’eterna commedia dobbiamo mettere giù la maschera che la società ci impone e cominciare ad essere uomini dotati di sentimento e di intelletto.                                                                                                                                                                                   Alessandra Baudo